Violenza sulle donne: dire “Denunciate” è inutile

Violenza di genere, violenza sulle donne, femminicidio, molestia, violenza sessuale. Tutti termini dei quali si parla spesso ma a sproposito, spesso mossi da fatti di cronaca che da nera diventa patinata perché non si riesce ad andare oltre l’ovvio e comprendere il dramma reale di chi ne è vittima.

Abbiamo le parole e la cultura accademica. Spesso ci manca l’empatia.

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Per questo, per ridare il giusto peso a termini e parole, ha senso una giornata dedicata alla riflessione sulla violenza sulle donne.
Ma solo se al dato sulla violenza si aggiungono ulteriori riflessioni.

Secondo un rapporto Istat del 2015, circa sette milioni di italiane sono state vittime di violenza sessuali o fisiche di altro genere (maltrattamenti perpetrati, botte ecc.) e psicologiche.
Di queste, il 36,6% sono donne con limitazioni gravi (disabilità motorie, sensoriali o cognitive) e il 36% donne con gravi problemi di salute.

Un dato nel dato che dà uno spaccato poco gratificante del bel paese e dei suoi latenti fenomeni sociali, soprattutto se si considera che i dati ufficiali non contano quelli ufficiosi, cioè le migliaia di donne che subiscono abusi e non denunciano.

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Molti, donne e uomini, si fanno la stessa domanda: “Ma perché non denunciate?”.
Nelle sedi di convegni e conferenze dedicate al tema, l’invito è sempre lo stesso: “Denunciate”.

Ovvio: subisco un sopruso = denuncio. Un rapporto causa effetto che non dovrebbe fare una piega, vero?
Invece no, di pieghe ce ne sono molte. E noi tutti, a queste pieghe ci siamo dentro.

Se una donna non denuncia non è solo perché è innamorata del suo carnefice come una cronaca quasi romanzesca ci fa credere.
Se una donna non denuncia non è solo perché ha paura del molestatore.

Pochi inviterebbero le donne a denunciare se avessero una vaga idea di che cosa vuol dire, davvero, denunciare.
Molti avrebbero più pudore nel dire “denunciate subito” se sapessero del tempo che intercorre tra una denuncia per violenza sessuale/violenza domestica/violenza psicologica/stalking e i tre gradi di giudizio che condannano il colpevole.

Quello che sta nel mezzo non sono solo beghe e spese legali ma anni di solitudine, in cui non sempre vengono emesse restrizioni e ammonimenti verso il persecutore; anni in cui la vittima non sa dove andare, soprattutto se si tratta di violenza domestica. Per non parlare dei drammatici casi di disabilità della vittima.

Proviamo solo ad immaginare che cosa possa significare questo percorso giudiziario per una donna con disabilità motorie, sensoriali o intellettive, che non è autonoma dal suo carnefice, né fisicamente men che mai economicamente.

Esistono i centri anti violenza, ma non sempre possono fare tutto da soli, serve la legge.

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E poi, tra la denuncia e il ricominciare una vita, esistono anni di solitudine non solo istituzionale ma sociale.

Perché il fenomeno della violenza sulle donne non è solo figlio di una cultura patriarcale che vede la donna come parte di una proprietà.

La violenza di genere è figlia di una cultura di indifferenza e omertà molto simile a quella mafiosa.

Così come attorno ad ogni persona vittima di pizzo o ricatti mafiosi c’è una società che “si fa i fatti suoi”, non vede e non è solidale, anche dietro ad ogni donna che subisce violenza c’è una società che crede che i panni sporchi vadano lavati in casa, che non bisogna mettersi in mezzo, che se l’è cercata. Dietro ad ogni violenza domestica ci sono molti vicini e parenti che sanno, che sentono, che intuiscono.
E che tacciono.

Noi di Movidabilia abbiamo la mission di persuadere tutta la società a farsi carico di parte delle necessità e delle istanze delle altre persone, non solo quando si tratta di persone con disabilità; vogliamo che la società si faccia carico di responsabilità civili e civiche e che non deleghi solo tutto alle istituzioni.

Però vogliamo anche che le istituzioni non lascino soli i cittadini.

E quindi, per la giornata di riflessione e sensibilizzazione sulla violenza contro le donne, non ce la sentiamo di dire soltanto “Denunciate” alle donne vittime di violenza. Sarebbe riduttivo e forse anche un ulteriore modo per colpevolizzare le vittime (come dire: “la colpa è tua che non denunci”).
Perché la verità è che denunciare è inutile se chi denuncia resta sola.

Vogliamo invece dire alle istituzioni di rendere meno lungo il calvario della denuncia.
E vogliamo rivolgere con forza l’invito anche alla società che sta intorno ad ogni fenomeno di violenza di genere.
“Fatevene carico! Invitate a denunciare! Accompagnate la vittima in questura e offritele asilo! Esponetevi e non fatevi i fatti vostri”.

Non crediamo che chi si fa i fatti suoi campi cento anni.
Crediamo che chi è omertoso vive una vita non degna di questo nome.

Movidabilia offre un servizio legale per le vittime di discriminazioni ma anche per chi è vittima di violenza, nelle sue varie forme e subdole declinazioni. 

 

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